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Amore e pillole (racconto)
di Alba Coglitore
Lucio affondò il viso tra i suoi capelli e ne inspirò ancora una volta il profumo dei suoi capelli. Poggiò le labbra nell’incavo del suo collo, dove la pelle era più calda e morbida, poi si staccò da lei e rotolò sul fianco. Il suo respiro era affannoso, ma non si sentiva stanco. Al contrario. Non era stato così bene da un’eternità. Appagato. Ecco, la parola giusta. La guardò. Era proprio bella. Le gambe lunghe, dalla pelle come seta, lucida e liscia. I capelli le nascondevano metà del viso, ma la bocca si vedeva bene. Labbra rosse, anche adesso che erano senza trucco. Leggermente socchiuse. Ne sentiva ancora il sapore. Al ricordo di quello che quella bocca aveva fatto sul suo corpo si sentì di nuovo eccitato. Ma non voleva interrompere quel momento magico. Ci sarebbe stato tempo. Avevano tutta la notte. Allungò una mano e le accarezzò un fianco. Era magra, ma le ossa, che si indovinavano sottili, non rompevano l’armonia di quel corpo magnifico. Tirò un lungo sospiro e si alzò. Almeno, cercò di farlo. Le lenzuola erano così attorcigliate attorno ai loro corpi che faticò a tirare fuori le gambe. Finalmente riuscì ad alzarsi e, nudo, si avvicinò alla finestra. Fuori era buio. Solo la luce dei lampioni illuminava la strada deserta. Si accese una sigaretta e ripensò a quella serata. Non gli era mai capitata un’avventura simile. In genere gli era difficile fare amicizia. Era un tipo piuttosto solitario. Casa e lavoro, si, ma anche musica, buone letture e qualche gita in montagna. Da solo. Qualcuno avrebbe detto che era un tipo anonimo. Vero. Un tipo grigio, incolore. Statura media, corporatura normale, capelli ed occhi castani. Nessun segno particolare che avrebbe potuto differenziarlo da tanti, tanti altri. La solitudine non gli pesava, stava bene con se stesso. Poi, da quando aveva perso Laura, si era chiuso ancora di più nel suo piccolo mondo. Era stata la sua unica donna e non ne aveva cercate altre. Quella sera, in TV non c’era nulla che lo interessasse e non gli andava di leggere. Fuori pioveva e, se c’era una cosa che gli piaceva fare, era camminare sotto la pioggia. Aveva preso il suo impermeabile ed era uscito. Così, senza una meta precisa. Le strade erano deserte, lucide di pioggia e nell’aria c’era l’odore del mare che s’intravedeva alla fine della lunga sequenza di palazzi. Da una finestra usciva una musica sfumata dal vento. Faceva freddo, ma Lucio aveva continuato a camminare godendosi quel silenzio interrotto solo dal rumore dei suoi passi. Le luci di un bar lo avevano attirato. Non era solito frequentarli, ma faceva veramente un freddo boia e l’idea di una bevanda calda lo aveva spinto ad entrare. Dentro, non c’era quasi nessuno. Meglio. Si era arrampicato sull’alto sgabello e aveva ordinato un brandy. Mentre aspettava, si era guardato attorno. E l’aveva vista. Come si faceva a non notarla. Si capiva che era alta e, sotto l’ampio mantello, snella. Aveva la pelle chiara, un ovale perfetto incorniciato da una massa di capelli neri, un naso piccolo e dritto, una bocca ben disegnata e, in quel momento, imbronciata. Girava distrattamente il cucchiaino in una tazza, lo sguardo nel vuoto. Sembrava fuori dal mondo e Lucio pensò che mai aveva visto una donna così straordinariamente bella. Era rimasto a guardarla come ipnotizzato. Poi, come un automa, aveva preso il suo brandy e le si era avvicinato, lentamente, in silenzio. Dopo un interminabile minuto, lei aveva alzato lo sguardo e l’aveva fissato, immobile. Per un attimo Lucio pensò di avere qualcosa che non andava. Era uscito con il pigiama? Forse l’aveva scambiato per un maniaco? Imbarazzato, stava per battere in ritirata, quando lei gli aveva sorriso. Lucio aveva sentito un colpo allo stomaco, insieme ad una strana sensazione, come di pericolo. La sorpresa, pensò. Si era seduto e si era presentato. Quell’atto un po’ antiquato l’aveva fatto sorridere. Ma lui era così. Demodè. Qualcuno avrebbe detto sorpassato, fuori dal tempo. Ma che importa. Tutto, poi, si era svolto in modo naturale. Avevano chiacchierato per un po’ del più e del meno. Lei si chiamava Daniela, separata e senza figli. Lavorava nel vicino ospedale, ecco perché a quell’ora era nel bar. Aveva da poco finito il suo turno e aveva voglia di un thè meno acquoso di quello che abitualmente beveva in clinica. Erano usciti in strada. Non pioveva più e l’aria era frizzante, ma piacevole. Lei si era stretta al collo il bavero del cappotto e a Lucio era venuto naturale prenderla sottobraccio. Senza rendersene conto, aveva imboccato la strada di casa. Se n’era accorto appena arrivati al portone. L’aveva guardata, aspettandosi una qualche reazione. Nulla. Aveva aperto e si era fatto da parte per farla passare. Lei era entrata, così senza una parola, come se l’avesse sempre fatto. Erano entrati in ascensore e Lucio, come in trance, l’aveva baciata. Oddio, pensò, mi sembra di guardare un film. Uno di quelli che, a volte, si sorbiva in TV e che lo facevano sorridere, scettico. Ed ecco, che stava succedendo a lui la stessa cosa. Poi, non avevano detto una parola. Come se conoscesse la casa, lei si era avviata verso la camera da letto e Lucio l’aveva seguita trasognato. Ma che mi sta succedendo, pensò. Cosa sto facendo? So appena il suo nome, eppure mi sembra di conoscere ogni centimetro della sua pelle. Continuando a baciarsi, si erano strappati i vestiti, sparpagliandoli per la stanza. Appena nudi, l’aveva abbracciata e lei gli aveva cinto i fianchi con le sue lunghe gambe e così, allacciati, si erano avviati verso il letto. Il corpo di lei era spettacolare. La pelle morbida, calda. Non si stancava di guardarla.Tra i seni piccoli, ma alti e sodi, aveva un neo un po’ sporgente che nulla toglieva, però, a quella perfezione. Lucio l’aveva sfiorato con la lingua e la cosa l’aveva eccitato ancora di più. Niente di quello che era successo dopo, aveva mai sfiorato anche solo la sua immaginazione. Avevano fatto l’amore a lungo e in tutti i modi possibili. La prima volta Lucio aveva provato un piacere così violento che gli era sembrato esplodergli nel cervello. Lei sembrava conoscere tutti i suoi punti sensibili. Lucio aveva creduto fino ad allora di conoscere tutto del sesso, ma nulla da poter paragonare a quella notte, con lei. Dopo il primo orgasmo, Lucio era stato subito pronto per ricominciare. E così, ancora e ancora. Mentre guardava fuori dalla finestra, adesso si rammaricava di aver vissuto come in un sogno. Non era sicuro di ricordare tutto quello che era successo. E lui, invece, non avrebbe voluto dimenticarne nemmeno un attimo. Gli sembrò di essere tornato ragazzo, quando alle feste era sempre quello che cambiava i dischi e sognava che, inaspettatamente, la più bella della festa gli si avvicinasse per invitarlo a ballare. Adesso, il sogno si era avverato. Si girò a guardarla. Lei si era mossa e, adesso, una gamba sporgeva dal lenzuolo, fino al fianco. Ma potevano esistere gambe così lunghe? Se le sentiva ancora intorno ai fianchi. Voleva sentirle ancora. Si avvicinò al letto, la scoprì e le baciò un seno. Lei non si mosse. Con la mano risalì quella gamba e, arrivato al fianco, le posò la mano sul ventre. La guardò. Non si era mossa di un millimetro. Possibile che non l’avesse sentito? La guardò più attentamente. Poi, leggermente, la scosse. Niente. Oddio, si sentirà male? Per un attimo il suo orgoglio maschile gli fece pensare di essere stato troppo esigente. La scrollò più decisamente e, finalmente, lei aprì gli occhi. Gli fece un sorriso spento e fece per alzarsi. I suoi movimenti erano lenti, pesanti, come se dovesse fare uno sforzo immenso. Lucio sorrise della sua grande stanchezza. Com’era bella! La vide in piedi, nuda. Camminava come se danzasse. Leggera. La vide chinarsi a prendere la borsetta e la visione delle sue natiche tonde gli mozzò il respiro. Si appoggiò ai cuscini, aspettandola, con la voglia di ricominciare. La vide aprire una scatoletta dorata e prendere qualcosa, una pillola color argento. Sarà una vitamina, pensò. Lei si toccò il neo e il suo ombelico improvvisamente, sembrò allargarsi. Lucio rimase impietrito a guardare. Attraverso l’apertura si scorgevano delle lucine rosse, intermittenti e una matassa di fili sottili e multicolore. Lei incastrò quella che lui aveva creduto una pillola, nell’incavo e premette nuovamente il neo. L’ombelico si restrinse e tornò, piccolo e rotondo, come prima. Ora, lei sorrideva. - ecco, ho ricaricato le pile. Sono pronta a ricominciare.
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